Dopo il successo a Tropea, Kalavri lo scorso 28 marzo ha aperto anche a Roma in via Libia 159. Non si tratta solo di una semplice pizzeria, ma di un format dalla visione ambiziosa di portare la Calabria fuori confine e di farla conoscere proprio attraverso la pizza. Un esempio di come la pizza diventa ambasciatrice e narratrice di un territorio e della sua cultura, dei suoi prodotti e degli artigiani. Ogni trancio di pizza è una storia, una dichiarazione d’amore per la Calabria.
Kalavrì da Tropea a Roma
Il primo capitolo risale al 2019, quando Camillo Crivaro e Andrea Muraca, i due soci e imprenditori, decidono di dare vita a Tropea a un progetto incentrato sulla pizza in pala con l’ambizione di valorizzare la ricchezza gastronomica calabrese. Tutto inizia puntando sul valore degli ingredienti a “km buono” mixati alla creatività della cucina d’autore, per costruire intorno a quella pizzeria una destinazione gastronomica, complice la location del porto. Con queste stesse caratteristiche Kalavrì si presenta nel panorama capitolino della pizza al taglio, con l’obiettivo di regalare un’esperienza sensoriale autentica e accessibile nella cultura generosa del Sud.
Dai tavoli che affacciano sul molo, Kalavrì si immerge nel ritmo urbano, con un format rivisitato e incentrato sul consumo veloce in piedi e sull’asporto, ma con la stessa anima calabrese. E pizza a parte, quello che salta subito agli occhi è lo sviluppo di un modello snello, intelligente e replicabile, che gioca con la calabresità, raccontata, vissuta, gustata e a tratti anche ironizzata, giocando con quegli stereotipi che hanno disegnato i calabresi nel mondo. Roma è il nuovo capitolo, ma anche un punto di partenza per andare un percorso di espansione nazionale.

Due parole sulla pizza di Kalavrì
Parliamo di pizza in pala e l’impasto porta la firma della casa e del pizzaiolo calabrese Michele Intrieri, consulente. Farina di farro, una maturazione di 40 ore, per una maggiore croccantezza, leggerezza e alta digeribilità. Il menù segue la stagionalità del Sud, con la Calabria sempre protagonista. 16 farciture che rispettano la regola del “Km Buono”, filiera trasparente e rispettosa della terra, del lavoro e delle persone. Oltre il 60% degli ingredienti proviene dalla Calabria e molte delle ricette sono state pensate dallo chef Luca Abbruzzino (calabrese e una stella Michelin) e la semplicità, oltre al gusto, è il filo conduttore di tutti gli abbinamenti. Oltre alla pizza fritti e sfizi tutti di tradizione calabrese e anche il beverage è made in Calabria.
L’intervista
Incuriositi dal lavoro di brand identity e marketing, curato dalla brand manager Francesca Bartoli, che è alla base di questa nuova apertura e delle sue grande intenzioni ho fatto qualche domanda a Camillo Crivaro, uno dei due soci e ideatori di questo progetto.

Come nasce l’idea di Kalavrì e come è cambiata nel tempo?
Kalavrì nasce prima di tutto da un’amicizia, quella tra me (ndr Camillo Crivaro) e Andrea Muraca, e dalla volontà di trasformare un sogno in un progetto concreto di sviluppo per la Calabria. Non siamo partiti da pizzaioli, ma da imprenditori curiosi: per questo, la prima scelta è stata studiare. Abbiamo frequentato un corso professionalizzante per capire davvero cosa significa fare pizza, dalla tecnica alla materia prima.
All’inizio il progetto, avviato nel 2019, aveva un’impronta molto vicina all’alta cucina, anche grazie alla collaborazione con lo chef Luca Abbruzzino, che ha portato creatività e visione nelle farciture, mentre sugli impasti ci siamo affidati ad un altro grande nome calabrese pizza: Michele Intrieri. Col tempo, però, abbiamo trovato il nostro equilibrio: rendere quella cucina accessibile, più immediata, senza perdere qualità.
C’è stato anche un momento in cui ci siamo allontanati dalla nostra identità più autentica. Capita nel percorso. Per questo ci siamo affidati ad una professionista, Francesca Bartoli, brand manager con esperienza nel food retail di oltre 15 anni, che ci segue da quasi 2 anni. Grazie a lei e al suo sguardo esterno abbiamo capito che il nostro vero punto di forza era proprio lì: nella Calabria. Da quel momento abbiamo deciso di spingere con convinzione su un format replicabile (la nostra pizza viene prodotta nel laboratorio di Catanzaro e chiusa in atm), realizzando così una pizza in pala dal DNA calabrese grazie anche ad una filiera in cui oltre il 60% degli ingredienti proviene dalla nostra terra.


Qual è l’idea di Calabria che volete portare fuori e diffondere?
Vogliamo raccontare una Calabria diversa da quella stereotipata: una terra generosa, accogliente, contemporanea. Non solo nei sapori, ma anche nel modo di stare insieme, di condividere, di fare impresa. Una Calabria che oggi sta emergendo grazie a realtà virtuose e a una nuova generazione di professionisti del food. Crediamo che esista una vera e propria “via della pizza calabrese”. Il nostro ruolo è interpretarla in chiave pop: più accessibile, più divertente, ma sempre con una forte attenzione alla qualità, agli ingredienti e al rispetto delle persone.
Cosa cambia rispetto alle sedi in Calabria e cosa vedete nel futuro di Kalavrì?
Al Porto di Tropea, dove abbiamo aperto nel 2019, Kalavrì è un’esperienza: una pizza sempre in pala da vivere con calma, seduti vista mare, in un contesto di relax. A Roma cambia il ritmo. Qui abbiamo sviluppato un format più urbano: niente sedute, consumo veloce o a casa, ma senza scendere a compromessi sulla qualità. Non fast food, ma “fast good”. Abbiamo anche introdotto elementi identitari più giocosi, come i nostri rituali legati al piccante: il “giro d’olio” da scegliere fra 3 oli di diversa piccantezza per dare il tocco finale alla loro pizza e l’“ultimo morso”, ovvero ogni 2 tranci regaliamo una bustina di crema di peperoncino 100% calabro da aggiungere alla crosta. Sono dettagli che trasformano il consumo in esperienza e raccontano in modo contemporaneo la nostra calabresità. Il futuro? Continuare a crescere mantenendo radici forti: portare Kalavrì in nuove città, facendo evolvere il format ma senza perdere identità.
Secondo voi oggi qual è la percezione della Calabria a Roma e in Italia in generale?
A Roma abbiamo trovato un’accoglienza calda. Molti clienti sono calabresi o hanno legami con la regione, e cercano un luogo che li faccia sentire a casa. Questo ci conferma una cosa importante: oggi c’è un forte orgoglio identitario, che ha bisogno di essere rappresentato in modo autentico e contemporaneo. La percezione sta cambiando: sempre più persone riconoscono la Calabria come una terra ricca di eccellenze gastronomiche e culturali. Il nostro obiettivo è contribuire a questo cambiamento, rendendolo ancora più visibile e concreto.
Qual è il punto di forza di Kalavrì?
Il nostro punto di forza è l’equilibrio tra identità e accessibilità. Da un lato c’è una filiera etica e trasparente, il nostro “Km Buono”, e una forte presenza di ingredienti calabresi. Dall’altro c’è la capacità di trasformare tutto questo in un prodotto pop, immediato, replicabile. A questo si aggiunge la tecnica: impasto al farro, lunga maturazione, e farciture che utilizzano gesti e logiche della cucina d’autore. In sintesi: qualità alta, ma senza barriere. Il tutto con una chiara e orgogliosa identità calabrese, che in questo momento manca e che deve diffondersi.

Per costruire questo format su quali valori e leve avete giocato?
Con Francesca, che è anche coach, siamo ripartiti dai nostri valori, messi per iscritto e divulgati ai nostri dipendenti (sia quelli stagionali di Tropea che il nuovo staff di Roma): altruismo in primis che abbiamo declinato come “Non la scelta più facile, ma la scelta più giusta”, poi etica, rispetto, gioia e crescita, perché la nostra mission è quella: portare con orgoglio l’esplosività e la tradizione della cucina calabrese in ogni angolo del mondo, aprendo la strada anche ad altre realtà conterranee.
Si può comunicare e rappresentare la Calabria al di là dei soliti elementi e stereotipi? E come?
Assolutamente sì, ed è proprio quello che stiamo facendo. La chiave è il mix: tradizione e contemporaneità. Da una parte valorizziamo ingredienti iconici e tecniche radicate nella cultura calabrese. Dall’altra li rileggiamo con un linguaggio nuovo, più vicino alle persone di oggi. Non raccontiamo folklore, ma storie vere: produttori, materia prima, gesti di cucina. Abbiamo creato una parete che gioca con una caratteristica di noi calabresi, la devozione per i santi, ma in chiave giocosa. Nasce così il nostro visual hammer: Sant’Nduja da Spilinga che abbiamo messo sulle magliette dello staff, nelle cartoline e dentro il locale. È così che la Calabria smette di essere uno stereotipo e diventa un’esperienza concreta, riconoscibile e attuale.
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